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Raccontami una fiaba.....storia di fantasia

 

“Vorrei che questa sera facessi una cosa per me” – disse lui, lo sguardo perso nelle sagome sfocate del mondo oltre la finestra, velate da una tenda bianca.

Seduta sul divano, a poca distanza da lui, con gli occhi fissi sul profilo del suo viso, la luce del tramonto scolpiva i suoi tratti e sul volto le si dipinse l’espressione perplessa e stupita di chi non si aspetta una richiesta tanto indefinita.

“Mi spaventi!” – mormorò abbassando lo sguardo sul lembo di tessuto beige che li separava.

“Sei sempre dell’idea che devi difenderti da me?” – replicò lui con tono fermo.

“Non voglio difendermi da nessuno” - obiettò prontamente.

“Vuoi fare una cosa per me?” – di nuovo lui voltandosi dritto verso la ragazza, stavolta con voce risoluta.

“Cosa hai in testa?”

“Raccontami una fiaba” – disse, senza aggiungere altro.

Lei scattò con lo sguardo verso di lui e confusa,  lo fissò negli occhi: “Una fiaba? Ma io non ne conosco e non sarei capace di inventarne una!” – affermò senza esitazione.

“Non voglio ascoltare una storia che è stata già scritta, ma qualcosa che non è mai esistito e mai esisterà” – replicò.

“Sapresti farlo.”

Quelle parole la colpirono. Si lasciò cadere con la schiena sul divano in un tonfo morbido, sciolse le gambe che teneva incrociate e le lascio oscillare oltre la soglia del velluto a coste. Rimase in silenzio: le pupille nere, incastonate in quegli occhi nocciola, rispecchiavano la luce dorata del sole che annunciava la fine di un altro giorno. Abbandonò con leggerezza entrambe le mani sul ventre e con imprudente disattenzione gli angoli della bocca si trovarono a formare, in una linea immaginaria, un cerchio perfetto che li ricongiungevano agli occhi. L’esatta misura di un sorriso che ti appare all’improvviso dalla nebbia fitta.  Immersa nei suoi pensieri, con la testa immobile adagiata sul divano da cui si affacciava una coda di capelli neri, gli occhi incollati al soffitto, presagiva che la risposta che a breve avrebbe dovuto dare non determinava unicamente il seguito di quella serata, ma avrebbe cambiato anche quello in cui lei stessa credeva, il destino già scritto di alcune persone.

“Lo farò, ma ad una condizione” – sentenziò con voce gentile.

“E cosa dovrei essere disposto ad accettare per avere questo in cambio?” – rispose lui, posando velocemente gli occhi sulle sue mani, per poi rivolgere di nuovo il volto al sole che stava sprofondando oltre l’orizzonte.

“Che non me lo chiederai mai più. Che, se dovessi decidere di farlo, accadrà solo questa sera   e per entrambe rimarrà un ricordo, di quelli che ci si domanda, senza risposta, se sia mai esistito veramente”. - disse lei con tono imperativo.

Lui increspò le sopracciglia, passò nuovamente lo sguardo sulle sue mani delicatamente posate l’una sull’altra, poi restò immobile sul suo volto pulito, cercando ancora l’ombra di quel cerchio immaginario che andava sfumando.

“Per una fiaba da raccontare, tutto questo?” – domandò, quasi con diffidenza.

“Queste sono le mie regole!”. 

Lei si alzò all’improvviso, ritirando le gambe sul divano e i suoi occhi incalzarono quelli di lui.

“Va bene. Accetto le tue regole”.

La sua risposta fu quasi immediata: lasciò che l’aria fluisse senza controllo tra le corde vocali.

“Raccontami una fiaba e poi ce ne dimenticheremo.”

Il sole ormai era scomparso, solo le luci artificiali della stanza li illuminavano seduti una accanto all’altro, disperdendo le loro ombre. Il tempo si era congelato in quell’istante. Lui era pronto ad ascoltare, lei aveva promesso di raccontare. Nessuno dei due aveva idea chi avesse dovuto muoversi per primo.

“Posso almeno spegnere le luci e creare un po’ di atmosfera?” – provò lui a prendere l’iniziativa.

“Puoi fare ciò che vuoi”.

Si alzò dal divano e con lo stesso strumento con cui accendeva quelle sigarette che lo stavano lentamente uccidendo, diede la fiamma a tutte le candele profumate che trovò intorno. Poi con molta fretta tornò a sedersi e ordinò imperativo all’assistente vocale: “Spegni tutto!” – con voce frenetica e incerta. La stanza si trasformò in un mondo di luce palpitante, i profumi delle candele si mischiarono a creare un aroma sconosciuto. Le ombre proiettate sulle pareti si muovevano quasi a seguire il loro respiro.

“Sdraiati e chiudi gli occhi” disse lei muovendo il suo corpo all’indietro e posizionandosi seduta, con il busto eretto, poggiato allo schienale del divano.

“Le fiabe vanno ascoltate senza guardare”. - sussurrò.

Lui obbedì, sdraiandosi. Per un istante la intravide come un’ombra sfocata, poi abbassò le palpebre. Il silenzio avvolse la stanza, interminabile.

Quando la sua voce avrebbe preso la scena in quella quiete? 

Sentiva il tessuto soffice sotto di lui, lascio andare le braccia lungo i fianchi e rimase in attesa continuando a percepire il calore del corpo di lei sulla parte sinistra del suo volto; richiamava alla memoria la fiamma di un camino, che bruciava silenziosa in una sera d’autunno.

Ancora silenzio. 

Una pausa soffocante.

E proprio quando lui stava per riaprire gli occhi, ritenendosi vittima di un imbroglio, ecco che un suono vivo rimbalzò dalla parete opposta giungendo alle sue orecchie. Era la prima nota della sua voce. Trattenne il respiro per un attimo, poi espirò di nuovo. 

Lei iniziò a parlare.

“Il nome del luogo dove questa storia ha avuto il suo inizio e la necessaria fine, non ci è dato di conoscerlo. Neppure l’epoca ci è nota. Si sa solo che è stata tramandata da generazione a generazione, con la precauzione, di tutti i narratori, di farla arrivare ai giorni nostri autentica come la prima volta che è stata raccontata.” – intonò con la sua voce.

Da quel momento, non si concesse più alcuna pausa.

“Si racconta di due personaggi, una ragazza che diceva di chiamarsi Moon, che aveva intrapreso un viaggio in quella terra a noi sconosciuta per comprendere se stessa. Aveva lasciato tutto: gli affetti, gli averi, ogni sorta di legame, con la fede che esplorando terre sconosciute, imbattersi ogni giorno in persone straniere, l’avrebbero portata a scolpire una sua strada, a definire un percorso verso un futuro che poteva solo immaginare, a riordinare i suoi pensieri passo dopo passo, come si cerca il tassello di un puzzle in mezzo ad un mucchio di pezzi che sembrano tutti uguali, ma solo uno è quello fondamentale che comporrà l’immagine voluta. Aveva stabilito una regola. Prendere brevi appunti in un diario e non interrompere mai quel viaggio. A qualsiasi costo. 

Dell’altro personaggio si conosce non molto. Ma non sarà il suo nome o la sua età a cambiare il corso della storia; certo, quel poco che sappiamo è che si racconta fosse vittima di un incantesimo, che ci si voglia credere o meno, Moon è questo che lasciò scritto nel suo diario. Quando venne ritrovato, poi perduto per sempre, si scoprì che quattro pagine erano state dedicate a quello strano incontro. Ce lo ricorda così.

Moon una sera, durante il suo viaggio, si trovò a fare una sosta in un piccolo paese. Era un luogo silenzioso, di poche anime: il posto perfetto per riposarsi e riprendere il cammino il giorno successivo. Vagabondò tra i viottoli stretti che separavano le poche case esistenti in quel posto e notò sopra ad un portoncino una tavola, di legno chiaro, su cui era stata incisa, sicuramente a mano, una scritta, poi riempita di una qualche vernice nera: “Ristoro”. Le sembrò l’unica porta giusta a cui bussare. E bussò.

Non rispose nessuno. 

Si guardò intorno e, da una piccola finestra della casa di fronte, vide la sagoma di un uomo intento ad armeggiare con qualcosa, forse posata sopra ad un tavolo. Era l’unico segno di vita. Si avvicinò con attenzione, cercando di non farsi notare. Da breve distanza lo osservò contemplare un fiore: un’orchidea. Ruotava il piccolo vaso, collocando ogni volta il fiore in un’angolazione diversa rispetto alla luce. Un’orchidea viola, un fiore bello raffinato e misterioso. La stessa impressione che aveva dell’uomo che la manipolava.  Non che fosse bello né all’apparenza raffinato in realta'.  All’improvviso la porta alla quale aveva bussato pochi istanti prima si aprì. Si voltò di scatto e vide la sagoma di una donna minuta, con una grande chioma di capelli neri e un largo vestito di colore bianco. 

“Posso fare qualcosa per te?”

“Avrei bisogno di mangiare e un letto per questa notte, domani ripartirò” – rispose, colta alla sprovvista.

“Accomodati” – replicò la donna voltandole le spalle.

La seguì all’interno della piccola abitazione chiudendo l’uscio dietro di sé. C’era una scala in legno che portava al piano superiore, alla sua destra due poltrone di tessuto marrone, intorno ad un piccolo tavolino rotondo, sempre in legno e nella parte speculare si trovava un tavolo con quattro sedie posizionato al centro di quella che poteva essere una cucina, dotata del minimo necessario. Tre lanterne ad olio agli angoli del piccolo spazio, senza mura che lo dividessero, illuminavano di una luce rossastra gli oggetti e le sagome delle due donne, diffondendo nell’aria un odore acre.

“Puoi sederti qui.” Disse la donna dai voluminosi capelli neri. “Ti preparerò qualcosa, poi ti porterò nella tua stanza” – non aggiunse altro.

Moon si sedette, adagiando la sacca con le poche cose che aveva con sé, sul pavimento.

La donna si sistemò di fronte al banco della minuscola cucina, voltandole le spalle. Moon iniziò ad osservare le pareti tutte intorno e qualcosa le provocò una vibrazione. Tele erano appese disordinatamente su ogni muro e in ognuna di queste qualcuno aveva dipinto un fiore. Un’ orchidea! Subito le tornò alla mente l’uomo curioso che aveva intravisto poco prima, attraverso quella finestra che si affacciava sul viottolo, mentre ruotava in modo bizzarro il vaso, esponendo ogni angolo alla luce.

“Non può essere casuale” – mormorò tra sé. Il suo desiderio di sapere la portò, senza rendersene conto, oltre ad ogni previsione si fosse in grado di fare di quel giorno, in quel piccolo paese sperduto e senza nome.

“Signora potrei chiederle una cosa?” si lasciò andare, volgendo lo sguardo alla sagoma di capelli neri che ricadevano voluminosi sul vestito bianco della donna, il cui nome non conosceva ancora.

“Dimmi” – rispose lei, senza voltarsi e continuando ad armeggiare sul banco della minuta cucina.

“Mentre aspettavo che qualcuno mi aprisse, ho intravisto un uomo dalla finestra della casa di fronte, ho provato a farmi notare, visto che sembrava l’unico abitante del paese” – mentì su questo, ma non aveva un’altra valida alternativa - “non mi ha degnata di una risposta e l’ho visto scomparire oltre una porta. È il suo vicino? È sempre cosi scontroso?” – percepì di star oltrepassando un limite, ma quella era l’unica occasione che avrebbe avuto e voleva giocarsela fino in fondo.

La donna dei capelli neri rimase in silenzio, arrestò le braccia che armeggiavano su un piatto di coccio e una ciotola di legno, li afferrò con le mani e, voltandosi, si diresse verso Moon. Li posò sul tavolo di fronte a lei. 

“La tua cena è pronta.” – senza dire altro.

Moon la ringraziò. Mosse lo sguardo sul cibo appena offerto e afferrò con la mano destra il cucchiaio di legno, già disposto sul tavolo. La donna si voltò nuovamente di spalle e, in silenzio, inizio a lavare tutti gli strumenti che aveva appena terminato di utilizzare.

Moon alzo rapidamente gli occhi verso di lei e, sussurrando tra sé, pensò: “Non avrei dovuto farle questa domanda”. Poi riempi il cucchiaio di quella che aveva tutto l’aspetto di una zuppa di legumi e lo indirizzò verso la bocca, malgrado la sua diffidenza verso un cibo che non sapeva riconoscere.

“Come ti chiami?” – risuonò nella stanza la voce della donna dai capelli neri.

Moon fece ricadere il cucchiaio nel piatto, alzò nuovamente il viso verso le spalle della donna e rispose: “Mi chiamo Moon”. 

Silenzio. 

“Cosa cerchi dentro di te e non trovi per avere intrapreso questo viaggio?” – chiese la donna con una voce arcana.

Moon rimase attonita. La donna che fino a quel momento aveva scelto sempre il silenzio e non aveva neppure risposto ad una sua domanda, ora chiedeva chiarimenti sul motivo della sua presenza.

“Sono solo di passaggio, non sto cercando nulla.” – rispose, accennando un sorriso che a qualunque osservatore esterno sarebbe apparso dissimulato.

Silenzio. 

La luce emanata dalle lampade a olio iniziò a vibrare e l’odore acre di bruciato sembrava trasformarsi in un aroma dolciastro. Moon si sentiva come camminare su una corda tesa nel vuoto, lei che non avrebbe dovuto lasciarsi condizionare da nessun evento le fosse occorso in quell’avventura, se non annotare sul suo diario di pagine bianche, di carta fatta a mano, poche righe delle esperienze vissute e poi dimenticarsene. Rileggerle un giorno, o forse mai. Una donna senza nome, un uomo solo intravisto da una finestra, stavano urtando contro la rigidità che si era imposta.

“Cerchi la tua via lottando con i tuoi pensieri” – iniziò a parlare, con voce calma e profonda – “osservi il mondo, lo vivi, a volte sei distante, altre sei partecipe, immersa nella vita che ti sfiora, ma l’ombra che vedi proiettata di te quando cammini, anche per sentieri a te familiari, ti inquieta. A volte desideri la solitudine, il silenzio come compagno; altre, invece, brami una spalla su cui poggiarti, un sostegno tangibile. Sai di esistere, ma fatichi a fonderti con l’energia dell’universo, a danzare al ritmo che esso detta. Il tuo viaggio è questo: scoprire, esplorare, nella speranza di scoprire te stessa. Sei capace di guardare oltre, di intuire ciò che gli altri non vedono, ma non puoi controllarlo. Ti immedesimi negli altri al punto da confonderti con loro, eppure mostri a chi ti è vicino un sentiero illuminato, rassicurante, mentre tu, nel buio della notte, ti perdi. E in quell’oscurità resti sola, fragile, eppure viva. E non resta nulla… se non la tua ricerca, la tua essenza che cammina tra luce e ombra.”

Moon ascoltava incredula.

“Ci sarà una voce, lungo il tuo cammino, che cosciente della tua abilità, ti chiederà di addentrarti nelle infinite possibilità dell’animo umano, per diradarne la foschia.  Ma lascia stare l’uomo che hai visto questa sera. Non riuscirai a credermi, è vittima di un incantesimo e non è in grado di provare emozioni, sono ingabbiate dentro di lui, non può ascoltare, ne essere ascoltato” – continuò la donna “non potrai fare nulla per lui, come lui non potrà fare nulla per te”.

Moon rimase impassibile ad ascoltare la donna dai capelli neri.

“Finisci il tuo pasto e domani prosegui il tuo cammino” – disse senza lasciare spazio ad una replica.

Moon non fece nulla di più che afferrare di nuovo il cucchiaio, lasciato cadere nel piatto e terminare la cena. La donna, che era tornata silenziosa, attese impassibile che Moon ultimasse tutto il cibo. Poi si mosse verso un angolo della casa, afferrò con la mano sinistra una lanterna e la portò con sé. Si diresse nuovamente vero l’angolo opposto e, con la mano disponibile, prese l’altra. Di nuovo tornò nella cucina e con un soffio spense quella rimasta Ritornata da Moon, le porse una delle due lanterne, che lei afferrò incerta. Sempre senza parlare, si avviò verso la scala in legno che portava al piano superiore. Moon intuì che la stesse accompagnando per la notte e, con la mano rimasta libera, afferrò la sacca e seguì la donna. Il cigolare dei gradini in legno della scala gli fecero strada fino al piano superiore. Un piccolo atrio, di forma quadrata e tre porte. La donna indicò la porta di sinistra. 

“Questa è la tua stanza per la notte”. 

Moon annuì.

Spostando lo sguardo sulla porta di fronte a loro, la donna aggiunse: “Questo è un piccolo bagno” 

Voltando la testa verso l’ultima porta rimasta, non disse nulla. Moon comprese senza fare domande che quella fosse la camera della donna. Sempre senza aggiungere altro, la donna aprì la sua porta e scomparve dietro la luce traballante della lanterna. Moon fece lo stesso: posò la sacca a terra e, con la mano libera, spinse la porta verso l’interno. Avanzò il lume e si trovò di fronte un letto, una finestra e una piccola scrivania di legno che appariva consumata dal tempo. Recuperò la sacca, entrò nella stanza, chiuse la porta dietro se, posò la lanterna sulla piccola scrivania, lasciò cadere tutti i suoi averi nuovamente sul pavimento e si adagiò sul letto.

Erano passate poche ore dal suo arrivo in quello sconosciuto paese, ma i pensieri iniziarono ad invaderla. 

“Chi è questa donna?” – disse a voce alta mentre lo sguardo puntava alla piccola finestra.

“Chi è quell’uomo” – si domandò nuovamente, senza muovere lo sguardo.

Ma la domanda che più la tormentava era: “Perché’ la donna dai capelli neri sembra conoscermi?”

Rimase qualche minuto immobile e in silenzio, poi si alzò dal letto, si tolse i vestiti lasciandoli cadere sul pavimento, snodò il legaccio che chiudeva il suo fagotto e triò fuori un piccolo diario, dalla copertina di pelle nera dove era impresso, color oro, il simbolo di una luna. Frugò nuovamente ed estrasse una piccola scatola di legno. Al suo interno un’ampolla in vetro che conteneva dell’inchiostro nero e una piccola penna stilografica che terminava con una piuma senza alcun valore. Posò i tre oggetti sul letto, si orientò per dar modo alla luce della lanterna di raggiungere le pagine ancora bianche del diario ed iniziò a scrivere parole che si andavano ad aggiungere al racconto della sua vita.

Poi il silenzio e il buio.

Il mattino seguente, fu svegliata molto presto dal bagliore che filtrava dalla finestra. Uscì dalla stanza, si rinfrescò nel bagno che la donna la sera prima le aveva indicato, prese tutte le sue cose e scese al piano di sotto. Di lei non c’era traccia, ma sul tavolo della cucina era pronta una colazione. Si guardò intorno e, senza poter fare domande a nessuno, capì che era stato tutto preparato per lei. Si sedette e la prima cosa che vide posata sul tavolo, fra alcune ciotole di legno, colme di frutta e pane caldo, era un enorme foglio bianco ed una sola riga scritta con una grafia perfetta:

“Non mi devi nulla per la notte. Oggi riprendi il tuo cammino e non voltarti indietro”. 

Quelle poche parole, ancora una volta, la lasciarono attonita. Cercò di mangiare qualcosa, anche se il suo stomaco in quel momento non era disposto ad accettare cibo. Decise che era il momento di andare. Si alzo, si infilò la sacca sulle spalle e si avvio verso la porta. Alzò il braccio in direzione della maniglia, ma all’improvviso arrestò il movimento. Si voltò di nuovo, passò con lo sguardo tutta la stanza e disse ad alta voce:

“Signora è in casa? Io sta andando via”. Nessuno rispose.

Il respiro, senza volerlo, le rimase sospeso, quasi per non disturbare la sua attenzione. Ancora qualche attimo e si rassegnò alla circostanza che la donna non era in casa. Poi istintivamente tornò con lo sguardo verso il tavolo della cucina, si avvicinò nuovamente, prese l’enorme foglio bianco dove la donna aveva impresso una sola riga, lo ripiegò su se stesso e se lo mise nella tasca posteriore dei pantaloni. 

Chiuse la porta dietro di sé e sentì sul volto la carezza del sole del primo mattino. L’aria era fresca, il cielo limpido, di un azzurro brillante. Cercò di ricordarsi da quale direzione era arrivata e sorridendo sussurrò: “E’ buffo prestare attenzione all’orientamento quando cammini senza conoscere la tua destinazione. Da quella parte!” – iniziò ad avviarsi. 

Nel movimento gli occhi si imbatterono nuovamente nella finestra della casa di fronte. Le persiane erano serrate. Tutto il corpo’ si irrigidì.  Moon all’istante disse ad alta voce dentro di sé: “Devi proseguire il tuo cammino!”.

Poi, come in un sogno ad occhi aperti, iniziò a fluire, in trasparenza davanti a lei, tutto quello che aveva vissuto in quelle poche ore: l’uomo intravisto nell’ombra, l’orchidea, la donna dai capelli neri, i dipinti alle pareti, il sentiero ben illuminato, il buio della notte, il foglio bianco che diceva di non voltarsi mai. Una serie di emozioni l’avvolsero e smise di avvertire il tempo che fluiva verso l’istante successivo. Come si trovasse, immobile, in un eterno attimo presente.

Poco distante da quella finestra vide la porta dell’abitazione dell’uomo. Era socchiusa. Non l’avrebbe mai fatto, se una spinta invisibile non l’avesse trascinata contro la sua volontà. Si trovava in piedi ad un passo dall’uscio, leggermente aperto. Gettò lo sguardo nello spiraglio, ma non riuscì a vedere nulla. All’improvviso, dall’interno della dimora, viaggiando velocemente nell’aria, le giunse il suono di una voce che chiamava il suo nome.

“Moon”

Fu presa dallo sconforto. Probabilmente l’uomo la stava osservando nell’ombra, mentre lei era intenta scrutare all’interno della sua casa. Rimase paralizzata.

 “Devo trovare un valido motivo per giustificarmi del fatto che sto guardando dentro casa di uno sconosciuto” – si disse, con una rapidità che non aveva mai sperimentato prima.

 “Gli dirò che ho visto la porta rimasta aperta. E anche se non sembra assolutamente un valido motivo, gli farò credere che sono apprensiva e mi preoccupo anche delle porte degli altri” – non le venne in mente nulla di meglio. Stava per rispondere, quando un altro quesito le si propose, con la stessa velocità sperimentata poco prima, nella testa: 

“Come fa a conoscere il mio nome?” – si domandò ancora una volta.

 È chiaro, la donna!” – pensò fulminea – “Deve essere stata lei. Le avrà riferito che ho fatto domande su di lui, anzi peggio, gli avrà raccontato anche che l’ho definito scontroso, quando mi sono inventata la storia di averlo chiamato per chiedere delle informazioni e lui si è voltato dall’altra parte. Perfetto direi!” – la situazione stava precipitando, ma ormai era senza alternative.

“Buongiorno signore!” – decise finalmente di arrendersi, senza farsi troppi pensieri su quello che sarebbe potuto accadere di li a breve. Ma dall’interno non arrivò nessuna risposta.

“Deve essere un abitudine degli abitanti di questo paese lasciarti senza una replica” – si prese una parentesi di ironia.

Credendo di non essere stata udita, si avvicinò alla porta e la spinse fino ad aprirla completamente. Dentro di se era in subbuglio, ora le sarebbe apparsa di fronte la sagoma dell’uomo e sarebbe iniziata la parte più difficile. La luce del giorno illuminò l’interno della casa, ma non vide nessuno. 

“Buongiorno signore.” – disse ancora, alzando il volume della voce. Silenzio. Non ci fu’ nessuna risposta. Senza rendersene conto, entro nel piccolo appartamento. Le finestre, se ce ne fossero state, sembravano tutte chiuse con gli scuri e l’unica fonte di luce era quella che proveniva dalla strada, proiettando la sua ombra sul pavimento. A differenza della casa della donna, dove aveva fatto sosta la notte appena trascorsa, oltre il piccolo atrio d’ingresso, erano disposte quattro porte. Tutte erano chiuse. 

“Che sia riuscito a vedermi attraverso delle porte chiuse?” – si domandò dubbiosa.

Poi, con una sfrontatezza che non le apparteneva, si diresse verso una delle porte e l’aprì. La stanza sembrava la stessa in cui, la sera precedente, aveva scorto l’uomo armeggiare con il fiore. Si voltò alla sua sinistra e la conferma le arrivò quando vide la finestra che dava sulla strada, serrata dalle persiane. Era debolmente illuminata da un lume rimasto acceso. Le si trovò di fronte una sorta di scrittoio, con una sedia spinta ordinatamente sotto di esso. Con stupore notò un gran numero di calamai, tutti vuoti, disposti ordinatamente in fila. Poco distante, in una scatola di legno, c’erano una gran quantità di pennini, di tutte le dimensioni, alcuni sembravano d’oro.

“Deve essere un tipo che scrive molto” – affermò dentro di sé.

Poi alzò lo sguardo sopra la scrivania e si trovò appeso alla parete un mobile fatto di scaffali. Il primo, quello più in basso, era completamente vuoto, ma sul bordo del ripiano vi erano stati segnati dei numeri romani, da sinistra verso destra, arrivavano fino a venti. Quelli superiori erano invece pieni di oggetti di ogni tipo e di ogni materiale; pietre, statuette, monete antiche, solo per citarne alcuni. Erano completamente coperti di polvere, come se nessuno li toccasse da anni. Osservò di nuovo la stanza e l’unica cosa che notò, fu una cassapanca di legno posizionata sotto la finestra.

Si allontanò da quell’ambiente e si ritrovò nuovamente nel piccolo atrio. Scelse un’altra porta a caso e l’aprì. La stanza era completamente buia. Fece un passo verso l’interno e con la poca luce che proveniva dalla strada e rimbalzava dalle pareti dell’atrio, si accorse di avere accanto a se una lanterna, posata sopra ad un contenitore di legno. C’erano anche dei fiammiferi. L’accese. Quello che vide stavolta andava oltre la sua attitudine di sdrammatizzare tutto con ironia.

A tutte le pareti erano fissate delle mensole di legno e sopra di esse c’erano innumerevoli vasetti contenenti un fiore. Sembravano orchidee, ma erano tutte appassite. Decine e decine di fiori disposti uno di fila all’altro, della cui bellezza era rimasto solamente uno stelo rinsecchito e le foglie annerite, accartocciate su loro stesse. Questa immagine la turbò a tal punto che, l’unica cosa che aveva in mente, era di abbandonare velocemente quel posto. Spense il lume, chiuse la porta e si avviò velocemente verso la luce l’avrebbe riportata sulla strada del paese.

Non fece in tempo. Una sagoma scura apparve all’improvviso a sbarrarle la strada.

“Chi sei?” – pronunciò una voce maschile. 

Moon raggelò e in un attimo prese atto che non c’era più nulla da fare. Non riusciva a distinguere il volto di lui, nascosto dal controluce: poteva solo seguire il profilo della sua sagoma e i pensieri che l’assalivano non promettevano nulla di buono. Aveva sognato la voce di quell’uomo, che la chiamava per nome, ma in quella casa lui non c’era. Era entrata senza il permesso di nessuno ed aveva iniziato a frugare nelle sue stanze. E come se non fosse abbastanza, le era impossibile anche allontanarsi da quel posto, perché’ la stessa persona, che conservava centinaia di fiori appassiti in una stanza buia, ne impediva l’uscita. L’uomo restò immobile in attesa di una sua risposta e lei sperava, senza successo, di pescare la carta giusta in un mazzo infinito.  

“Signore posso spiegarle tutto.” – stavolta non aveva avuto tempo di organizzare nulla. “Sono passata davanti alla sua porta, l’ho vista aperta e mi è sembrato di aver sentito che lei chiamasse il mio nome. Immagino che la donna dai capelli neri, dove mi sono fermata a passare la notte, le abbia parlato di me. È vero, l’ho notata ieri sera, mentre vagavo per questo posto, in attesa che qualcuno mi aprisse, quando ho bussato alla porta di fronte, dove c’è la scritta ristoro. Ne ho parlato con la donna, perché’ ero semplicemente curiosa, tutto qua. Chiedo scusa di essere entrata in casa sua, ma sono veramente sicura che lei mi avesse chiamato per nome.” – terminò con queste parole, a suo modo di vedere sincere, tutto il discorso.

L’uomo attraverso la soglia della sua casa e finalmente lei riuscì a mettere a fuoco il suo volto. Aveva gli occhi blu, un blu così intenso che non aveva mai visto prima. Lui la guardò, senza staccare lo sguardo dal suo viso, senza cambiare espressione. 

“Voglio sapere cosa ci fa uno straniero dentro casa mia. E voglio una spiegazione.” – l’uomo sentenziò freddo. Poi chiuse la porta dietro di sé. I due si trovarono per un attimo a pochi passi nell’oscurità, poi lui, con sicurezza, spalancò le imposte dell’unica finestra che non si trovava in una delle stanze. La luce tornò a riempire l’atrio e Moon si sentì sollevata.

“Signore le ho appena detto tutta la verità!” – replicò lei sincera.

L’uomo continuava a fissarla, senza che un solo muscolo del viso cambiasse la sua posizione. Poi le passò di fronte, schiuse una delle porte che lei non aveva precedentemente aperto e la invitò ad entrare in quella stanza. Moon, senza possibilità di scegliere, lo fece. Era molto più grande di tutte le altre che aveva visitato, c’era un divano, posato su un tappeto colorato, dove, di fronte, era posto un piccolo tavolo in vetro. Oltre riusciva a riconoscere una cucina, con un tavolo al centro con due sole sedie. L’uomo indicò il divano. Lei lo accontentò, lasciandosi cadere con la sacca ancora appesa sulle spalle. L’uomo rimase in piedi di fronte a lei. “Chi sei e perché’ sei qui in questo paese quasi disabitato, dove nessuno arriva mai? In casa mia” – ancora una volta con la voce ferma e l’espressione immutata.

Moon era sfinita. “Signore, le ripeto ancora una volta, l’ho vista ieri sera dalla finestra mentre osservava un’orchidea. Poi sono entrata in casa della donna, la sua dirimpettaia.” – non si trattenne. “Cercavo solo un posto per mangiare qualcosa e riposare per la notte. Poi alla donna ho chiesto di lei. E sarò ancora più sincera.” – ignara sul perché’ lo stesse facendo – “La donna mi ha anche avvisato che non mi sarei dovuta interessare a lei. Questa mattina avrei dovuto proseguire il mio cammino, senza voltarmi mai. Ecco, non l’ho fatto!”. – stavolta era certa di aver detto tutto.

L’uomo, sempre senza mutare la sua espressione, le si sedette accanto. Fissando il tavolo in vetro, replicò ancora una volta: “Dove sei diretta?”.

Questa domanda lascio Moon colta alla sprovvista, ma la situazione non le permetteva di commettere nessun errore. “Non ho una meta.” – disse onestamente. E aggiunse “Non so perché’ sto facendo questo viaggio. Forse mi sono persa, forse sto cercando qualcosa.” – l’uomo si voltò e lei lo fissò dritta nei suoi occhi blu. 

“Ancora non capisco perché’ tu mi stia mentendo.” – disse lui con voce piatta e senza espressività.  – “Continua pure a cercare, ma il mare non lo troverai nelle case degli altri.” – poi girò nuovamente il volto di fronte a lui e si sollevò in piedi volgendole le spalle.

“Il mare?” – iniziò a interrogarsi dentro di sé. “Il mare non c’è in questa terra, non l’ho mai visto e sono convinta che mai potrò vederlo.” – sempre più confusa – “E perché’ non mi crede? Andiamo dalla donna dai capelli neri e parliamone insieme!” – provava frustrazione e sgomento nello stesso istante.

L’uomo fece un gesto ad indicare con la mano l’atrio, segno che la stava lasciando andare. Moon si alzò, superò l’uomo e si diresse verso la porta senza proferire una sola parola. Accennò un saluto e proprio mentre stava per uscire definitivamente da quella situazione irreale, udì ancora una volta la sua voce.

“Solo un attimo.” – disse l’uomo dagli occhi blu, prima che Moon uscisse per sempre da quella casa.

“Dovrebbe essermi rimasta una mappa di questa regione. Potrebbe esserti utile ad orientarti anche se non conosci la tua destinazione” – con la consueta voce senza tono.

Lei desiderava solo andarsene, ma ancora una volta qualcosa la trattenne. Fece una leggera rotazione con il corpo e rimase in attesa sulla soglia.

L’uomo afferrò la maniglia della porta che Moon aveva aperto poco prima ed entrò nella stanza dello scrittoio. Moon notò subito che la stanza era tornata immersa nell’oscurità, ma tutto ciò che aveva vissuto quella mattina le suggeriva, verosimilmente, che in quella stanza non c’era mai entrata, magari aveva rappresentato con la mente anche quello. L’uomo scomparve per un istante nella tenebra, poi una luce fioca ne disegnò nuovamente la sagoma. Lo vide dirigersi verso la finestra serrata. Un attimo dopo, il chiarore del giorno riempì l’ambiente e tutti gli oggetti vennero avvolti dalla luce brillante del sole. Incerta se fosse il caso di farlo, si addentrò nella stanza e con enorme sollievo vide lo scrittoio, i calamai in fila, lo scaffale vuoto e tutti gli oggetti coperti di polvere. 

“Questo non me lo sono inventata!” – si lasciò andare in tono liberatorio.

Lo osservò aprire la cassapanca di legno, flettere le ginocchia, portarsi sopra di essa e con le mani iniziare a rovistarne l’interno.

“Aveva proprio ragione la donna dai capelli neri. Quest’uomo non traspare un’emozione” – sussurrando nuovamente a sé stessa. Lo sguardo le era rimasto incollato sulla fila di calamai in vetro, vuoti, ma perfettamente puliti. Appena oltre, la scatola colma di pennini.

“Immagino che lei scriva molto!” – si pentì immediatamente di averlo appena affermato ad alta voce. Ogni volta che si trovava a un passo dalla fine di quella che riteneva una storia senza logica, una forza invisibile la spingeva a non dominarsi. L’ambizione di capirne qualcosa in più – sempre che ci fosse davvero qualcosa da comprendere – la portava a indugiare, a restare ancora lì. Di questo non riusciva a farsi una ragione.

 L’uomo non rispose, ma si sarebbe sicuramente meravigliata del contrario.  

Lui finalmente tornò in piedi. Sembrava tenere qualcosa fra le mani, si portò verso lo scrittoio e vi lasciò cadere sopra una bustina di pelle marrone, di forma rettangolare, chiusa all’estremità più lunga da uno spago. 

“Non ne sono più capace” – disse l’uomo, mentre era intento ad aprire il sottile cassetto che scorreva sotto il piano dello scrittoio.

Ancora una volta, Moon fu invasa da un flusso di pensieri. 

“Non è più in grado di scrivere? A dire il vero in questa casa non si è visto un libro e neppure un foglio di carta!” – mormorò a sé stessa, come aveva fatto ogni volta che sentiva il bisogno di una valida risposta. Stavolta non si lasciò sfuggire nulla di più. Era veramente giunto il momento di lasciare quei luoghi che, per la prima volta, da quando aveva iniziato il suo viaggio, la stavano trattenendo, infrangendo l’unica regola che si era imposta prima di partire: non interrompere mai quel cammino, a qualsiasi costo!

Sarebbe rimasta in attesa ancora un attimo, poi si sarebbe rivolta all’uomo dicendogli che, anche senza la mappa che voleva gentilmente donarle, poteva proseguire, evidenziando ancora il concetto che già gli aveva illustrato: chi non ha una meta precisa, non sente davvero il bisogno di sapere esattamente dove si trova.

Quella parentesi stava per chiudersi li. Alzò per l’ultima volta lo sguardo verso gli scaffali, colmi di oggetti di cui ignorava completamente il significato, quasi a voler imprimere il ricordo di ciascuno sul diario, quando qualcosa catturò la sua attenzione: un oggetto nascosto dietro altre cianfrusaglie. In un gesto meccanico sollevò le braccia e, con le mani, fece spazio per osservarlo meglio. Era una enorme clessidra, non le era mai capitato di vederne una cosi grande. Un telaio finemente intarsiato, di legno scuro, proteggeva le due enormi ampolle in vetro collegate da un filo quasi invisibile. La sabbia, di colore viola, che appariva impalpabile, riposava nel recipiente inferiore. Moon impresse sul suo volto un sorriso. “Con una clessidra cosi hai tempo di fare tutte le cose che vuoi” – disse fra sé allegramente. Poi l’afferrò con le dita, la sollevò delicatamente dallo scaffale e la ripose capovolta. I granelli di polvere iniziarono lentamente ad attraversare il sottilissimo corridoio in vetro prima di rimbalzare, dopo un piccolo salto nel vuoto, nel contenitore opposto. Due universi separati, ora connessi fra di loro, avevano iniziato a comunicare. Mollò la presa, lasciando le impronte dei polpastrelli sulla polvere del legno, e decise che era giunto il momento di andare. Fece mezzo passo indietro, voltandosi verso l’uomo, di cui per un attimo si era dimenticata. Ma mentre si apprestava a comunicargli le proprie intenzioni, qualcosa in lui le apparve diverso.

Era immobile e fissava il ripiano vuoto dello scaffale, dove forse lui stesso aveva inciso quei numeri. Il suo volto sembrava mutato. Quando, fino a poco tempo prima, ogni muscolo del suo viso appariva eternamente congelato, nella stessa forma, ora aveva assunto un’espressione che sembrava addolorata. Moon colse il cambiamento. L’allegria e la sicurezza che pochi attimi prima l’avevano pervasa, scomparvero improvvisamente. Si percepì distante da tutto, un senso di vuoto l’avvolse e nella sua testa risuonò la sua stessa voce:

 “Devi trovare te stessa. Fallo oggi, inizia il tuo viaggio” - era quello che si era detta quando decise di lasciare tutto e partire, senza meta, con la sacca riempita di pochi oggetti ed il cuore pieno di speranza.

In un attimo, ancora una volta, era cambiato tutto. L’uomo senza sentimenti le stava trasmettendo qualcosa che non riusciva a riconoscere. Ancora la voce della donna dai capelli neri:

“Non puoi fare nulla per lui, come lui non potrà fare nulla per te. Non voltarti mai.” – di nuovo era tornata.

L’uomo abbandonò la vista del ripiano vuoto, fissò Moon negli occhi e le domandò: 

“Come ti chiami?” – la voce sembrava non essere la sua.

Moon vide ancora una volta quegli occhi blu, ma erano cambiati. Alla luce che filtrava dall’esterno, assumevano sfumature grigiastre. Non aveva mai visto il mare, eppure in quell’istante immaginò che fossero così le onde spumeggianti di cui aveva solo sentito parlare.

“Mi chiamo Moon.” – rispose disorientata e con un filo di voce.

Gli occhi dell’uomo, senza mai separarsi dai suoi, iniziarono a bagnarsi di lacrime. 

“Ti ho trovata” – rispose, con il volto triste ma con voce luminosa.

Poi le prese la mano, incastonò le sue dita fra quelle di lei, e la trascinò nuovamente nella stanza del divano.

Moon si lasciò trasportare senza opporre resistenza. Era diventato tutto così caotico che non avrebbe mai trovato la forza per parlarsi e trovare sicurezza con la solita risposta di cui aveva bisogno. Sentì il calore della mano di lui aggrovigliata alla sua. Lo seguì, fluttuando nel percorso che separava le due stanze.

Si trovarono seduti ancora una volta, fianco a fianco. L’uomo, sempre saldo alla sua mano, chiese ancora:

“Chi è la donna con i capelli neri?” 

Moon era stordita, sentiva la tristezza fluire dal corpo che aveva di fronte tramite quella connessione che lui aveva creato. Non sapeva veramente chi fosse quella donna.

“Non le ho mai chiesto il nome e non so nulla di lei. Ma se mi dici di non conoscerla…” –il tono cambiò, ora Moon si rivolgeva a lui come se lo avesse sempre conosciuto – “…probabilmente è stata lei. È lei che ti ha fatto l’incantesimo ed è per questo che mi ha detto di starti lontano. Forse si è innamorata di te, oppure è stata l’invidia a spingerla a ingabbiare i tuoi sentimenti per punirti. Magari temeva che io potessi liberarti… non lo so. Mi ha solo detto: domani vattene e non voltarti mai.” – Moon gli disse tutto quello che sentiva in quel momento, con un’intensità che non aveva mai sperimentato. 

“Non c’è nessuna donna che abita la casa di fronte.” – rispose lui sgomento, avvertendo il battito del suo cuore accelerare.

“È disabitata da anni, e da quando sono qui nessuno ci ha mai vissuto. L’unica cosa che si ricorda è che, in un lontano passato, fu la bottega di un orologiaio. Trascorse la vita a costruire orologi che segnavano il tempo, anche quando nessuno aveva reale bisogno di tenerne conto. Per rispetto, alcun abitante si è mai sentito di appropriarsene, cosi è rimasta chiusa fino ai giorni nostri”

Moon era allibita. Aveva passato la notte in quella casa, dormito li, parlato con la donna, camminato su quel pavimento e dormito nel letto della camera. Stanca di dover ancora una volta giustificare cose incomprensibili, si alzò di scatto e trascinò l’uomo fuori, fino alla porta della casa di fronte. Guardò il portone: l’insegna di legno chiaro, Ristoro, era sparita. 

“Forse l’ha tolta, forse voi vi conoscete e vi state prendendo gioco di me.” – disse all’uomo che era stato costretto a seguirla fino li.

Moon gli lasciò la mano e iniziò a bussare alla porta. Poi iniziò a chiamare ad alta voce la donna.

L’uomo osservò tutta la scena, era sicuro che quella ragazza dai capelli neri, raccolti in una coda, che diceva di chiamarsi Moon, fosse sincera. La spostò leggermente dalla traiettoria con la mano, fece un breve passo indietro e, con una spallata, spalancò la vecchia e fragile porta di legno. Una nube di polvere si disperse lungo la strada. Moon senza esitare entrò nell’appartamento ma quello che le si presentò di fronte la lasciò sempre più sconfortata. La stanza era completamente vuota, priva di mura, con un’aria densa di umidità. Di fronte a lei, lo scheletro di una vecchia scala di legno conduceva al piano superiore, i gradini distrutti dal tempo. Le pareti erano vuote, segnate solo da macchie più chiare, come se qualcosa vi fosse rimasto appeso a lungo. Non c’erano i quadri, non c’erano le lanterne e non avrebbe potuto esserci la donna con i capelli neri. Moon sprofondò nel silenzio più assoluto.

 L’uomo la prese nuovamente per mano, la tirò indietro e richiuse la porta come meglio poteva.  Si diressero nuovamente verso l’abitazione dell’uomo, attraversando, in senso opposto la soglia appena percorsa, quando all’improvviso una porta delle quattro presenti si spalancò e una folata di vento accarezzò i loro volti. 

“La stanza dei fiori secchi” – gridò Moon, tradendo di averla già visitata.

L’uomo, che nel frattempo le aveva avvolto le spalle con le sue braccia in un gesto protettivo, la guardò ancora una volta in viso. Non disse nulla e insieme proseguirono verso la stanza. Fecero un passo oltre la soglia, lui diede la fiamma alla lanterna posata sul contenitore di legno e la luce si proiettò in uno scenario che nessuno sarebbe riuscito ad immaginare. Ruotando lo sguardo intorno, notarono che di tutti i fiori appassiti era rimasto solo lo stelo rinsecchito; le foglie sembravano sparite. L’uomo strinse involontariamente Moon a sé. Lei non trovò alcuna parola da pronunciare. Rimasero immobili. Moon non aveva la minima idea di cosa significassero quei fiori appassiti, conservati con cura, ma nel medesimo istante sentì un sentimento di infelicità immedesimandosi in lui. Poi notò qualcosa sul pavimento, che non aveva visto la volta precedente.

“C’e qualcosa in terra!” – indicò all’uomo con il suo minuto indice.

Lui sciolse la sua presa, afferrò la lanterna e si portò al centro della stanza. Sul pavimento, vide quella che sembrava essere una mappa, disegnata su una carta di colore scuro, con delle sfumature di grigio di varie tonalità. Moon, rassegnata a vivere quella giornata tra realtà e immaginazione, azzardò all’uomo:

“Le foglie. L’hanno composta le foglie secche dei fiori. Non sono più attaccate agli steli ma hanno formato quel foglio!” – Pronunciò la frase senza rendersi nemmeno conto di quanto assurdo fosse il ragionamento.

L’uomo raccolse il foglio dal pavimento, lo osservò e replicò a lei:

“E’ dove nascono i fiori.” – forse parlando con sé stesso.

Nel foglio sembrava essere rappresentato un sentiero, che andava dal paese fino alla riva di un lago. Ad un certo punto del percorso, una crocetta segnava un punto preciso. Lui pareva conoscerlo bene.

“Non posso capirti.” – rispose lei in segno di resa.

“Questo è il luogo dove nascono le orchidee che io, metodicamente, raccolgo, metto in un vaso, e conservo finche’ la loro vita giunge al termine. Non so perché’ lo faccio, ma sento di doverlo fare.” – l’uomo era sincero. Moon estranea a tutto questo.

“Perché’ qualcuno o qualcosa dovrebbe indicarmi lo stesso posto dove mi reco spontaneamente?” – si domandò l’uomo.

“Forse perché’ ti sfugge qualcosa” – disse Moon sempre più incredula, anche di se stessa.

“Portami li“ – ordinò a lui.

Si affacciarono sulla strada del paese, l’uomo guardò il cielo e vide che sarebbe rimasto poco tempo prima che il sole lasciasse il posto alla notte. Si incamminò verso il sentiero, voltandosi verso Moon: 

“Seguimi”.

I due avanzarono fino ad abbandonare il paese, poi attraversarono un piccolo bosco fatto di alberi ad alto fusto, fino ad imboccare una strada in pianura che li condusse alla riva di un lago.

“E’ questo il punto.” – disse lui a voce alta, osservando all’orizzonte l’acqua piatta del lago.

“Che cosa accade qui?” – domandò lei.

“E’ dove nascono le orchidee. Quando un fiore appassisce, so che qui ne nascerà a breve un altro. Io percorrerò il sentiero che abbiamo fatto insieme, porterò il fiore a casa e quando morirà, ripeterò lo stesso gesto.” – confessò l’uomo senza timore.

“Perché’ fai questo? – chiese Moon.

“Non lo so.” – rispose lui sincero.

Moon scrutò con attenzione il luogo, poco distante un invisibile confine separava l’acqua ferma dalla terra.

“Li nascono i fiori, la mappa segna quel punto” – disse dentro di se.

Guardò l’uomo dagli occhi blu, pieni di un mare che non aveva mai visto e gli disse:

“Hai mai cercato nella profondità?”

L’uomo rimase pietrificato. Perché’ mai avrebbe dovuto distruggere il luogo dove nascevano fiori belli e affascinanti?

“Non l’ho mai fatto.” – rispose.

Senza aggiungere altro, Moon fece un cenno. Uniti nelle mani, iniziarono a rimuovere la terra nello stesso punto dove l’uomo, per anni, aveva raccolto i fiori.

All’improvviso lo scavo, che fino a quel momento era proseguito senza resistenza, incontrò una superficie dura e liscia.

“C’è qualcosa” – disse lui, incredulo, guardando Moon.

Lei non rispose. Scavò tutto intorno, percependo con le mani ciò che giaceva sotto di loro. Lentamente, uno scrigno emerse dalla terra.

Lui guardo Moon esterrefatto. Lei rispose eccitata:

“Portiamolo alla luce”.

Estrassero il piccolo baule seppellito nella terra e rimasero immobili di fronte ad esso, con le mani stanche ed intrise di fango.

“Aprilo.” – chiese l’uomo a Moon.

Non sapeva se fosse giusto farlo, ma non se la sentì di obiettare.

Sollevò il coperchio. Lui non sarebbe riuscito a vederne il contenuto dalla sua posizione e rimase fissa ad osservare.

“Cosa c’è dentro” – le chiese impaziente.

“Libri” – rispose lei.

Gli occhi dell’uomo si riempirono nuovamente di lacrime.

“Quello che mi era stato rubato”.

Nel baule sepolto nel fango c’erano venti libri, ordinatamente appoggiati uno accanto all’altro.

In un angolo, Moon scorse un rotolo di pergamena, chiuso con un sigillo di cera. Non disse nulla: l’uomo aveva distratto lo sguardo, fissando l’orizzonte dove il lago incontrava il cielo, ormai tinto di sfumature rossastre.

Lo prese in mano, strappò il sigillo e lo lesse a sé stessa:

“Per una vita si è preoccupato di scrivere storie che aiutassero gli altri a sopportare il dolore, l’assenza, il rifiuto. Non si è mai preso cura del suo dolore, delle sue assenze, dei suoi rifiuti. Ha scritto per gli altri, dimenticandosi di sé. Ho rubato tutti i suoi libri, seppellendoli sulle rive di questo lago, nella speranza che nascondendoli al suo ricordo, germogliasse in lui un sentimento di vendetta, di rivincita, di orgoglio. La sua vita erano i suoi racconti, messi in fila ordinatamente dal primo fino all’ultimo, chiuso in quella stanza e circondato da calamai di inchiostro nero. Non saprò mai se sono riuscita nel mio intento, ma in cuor mio ho fatto questo gesto estremo per liberarlo da se stesso. Ogni volta che si recherà qui per cogliere un fiore, potrà scegliere di scavare e ritrovare ciò che aveva perduto. In quel momento ritroverà il proprio significato.”

Moon rabbrividì di fronte a quelle parole, senza neppure domandarsi da chi fossero state scritte. L’incantesimo non esisteva, la donna dai capelli neri, anche se sembra non essere mai esistita, le aveva mentito e l’uomo che aveva accanto, a poca distanza da lei, che fissava l’orizzonte, non aveva subito nessun incantesimo, era solo prigioniero di se stesso.

Sfilò un libro a caso dalla fila, aprì la prima pagina e lesse:

“A moon, che mi ha dato l’ispirazione” 

Lo richiuse immediatamente, lo ripose nello spazio lasciato vuoto e ne afferrò un altro preso a caso.

Apri la copertina, e nella prima pagina vide ancora: “A moon”.

Non ebbe il coraggio di ripetere l’operazione con quelli restanti. Rimase sconvolta. Un uomo sconosciuto, incontrato in un paese senza nome, aveva scritto per anni libri dedicandoli forse a lei, senza averla mai vista prima e qualcuno di ancora più ignoto li aveva seppelliti lungo le rive di un lago, affinché’ lui smettesse di scrivere parole per le vite degli altri ed iniziasse ad ascoltare la voce che veniva da dentro di sé.

Chiuse il baule, fece sparire la pergamena e disse all’uomo:

“Ora hai quello che cercavi, sta facendo buio, torniamo a casa”

L’uomo guardò Moon senza pronunciare parola. Si incamminò verso le acque del lago, lasciando che l’acqua gli lambisse le ginocchia. Si chinò e iniziò a immergere la mano, come se cercasse qualcosa di invisibile sul fondo. Ogni volta la ritraeva, vuota, e poi ripeteva il gesto con ostinazione, finché il suo volto non si distese in un’espressione soddisfatta.

Tornò verso di lei con passo lento, raccolse una pietra piatta e la posò davanti a sé. Con cura vi depose sopra l’oggetto che aveva riportato dal lago. Quindi, afferrato un sasso, iniziò a colpirlo con colpi decisi, finché la forma che desiderava non emerse dalla materia.

Quando ebbe terminato, si chinò a strappare fili d’erba secca dal terreno. Li intrecciò con pazienza e li legò attorno al piccolo manufatto che aveva appena scolpito. Poi, senza dire nulla, lo porse a Moon.

Era una pietra bianca, lavorata fino a somigliare a uno spicchio di luna. Con delicatezza, le cinse il collo con quel dono e, solo allora, parlò:

“Ti proteggerà lungo il tuo cammino.”

Poi chiuse gli occhi per un istante, come a sigillare con il silenzio la promessa che le aveva appena affidato.

Il sole stava per tramontare. Insieme trasportarono il piccolo scrigno nel percorso a ritroso fino alla casa dell’uomo. Una volta nella stanza dello scrittoio, lui prelevò i libri, uno ad uno e li riposizionò ordinatamente sullo scaffale che era rimasto vuoto.  Moon capii il significato di quei numeri.

I due erano molto stanchi e l’uomo invitò Moon a fermarsi da lui per la notte. Non avrebbe potuto rifiutare in ogni caso.

Sdraiati sul letto, lui iniziò a parlare:

“Ho sempre scritto libri, immaginando storie che sarebbero state necessarie per le vite degli altri” – confidò nel silenzio della stanza. “Quando mi sono stati tolti, ho smesso di esistere”.

Moon ascoltava, ma qualcosa non le tornava. Stava vivendo lo stesso tormento dell’uomo che aveva accanto e non se ne sarebbe andata da li senza essere riuscita a dare un senso a tutta quella storia.

“Hai detto che nella casa di fronte visse un uomo che costruiva orologi?” – domandò lei, senza per il momento seguire il suo discorso.

“Si” – rispose lui confuso.

Moon si alzò di scatto in piedi facendolo sobbalzare. Afferrò il lume e si diresse verso la stanza dei libri. Lo avvicino agli scaffali e illuminò nuovamente la clessidra. La polvere era scesa per metà nel contenitore vuoto. 

“La clessidra!” - sentenziò lei a voce alta. “Tutto ha avuto inizio quando ho capovolto la clessidra. Lui è cambiato in quel momento.” - Moon realizzò di essere stata lei a dare il via a un conto alla rovescia, il cui destino nessuno conosceva. Tornò dall’uomo, che nel frattempo era rimasto solo, al buio, si sedette nuovamente sul letto e lo fissò in volto:

“Prima ho aperto alcuni dei tuoi libri, in ognuno di essi c’era una dedica: ‘a Moon’. Chi è Moon?” - gli chiese con la preoccupazione che la sua risposta avrebbe intricato ancor di più i suoi pensieri.

L’uomo si posizionò seduto, con il busto rivolto verso di lei. Posò lo sguardo sulle sue mani e le rispose:

“Tanti anni fa, mentre ero intento a fare la mia solita passeggiata lungo le rive del lago, trovai in terra quello che sembrava essere un ritratto. Era un piccolo foglio da disegno, dove l’illustratore aveva impresso, con una matita nera, la sagoma di una ragazza dai capelli lunghi, era di spalle, intenta a contemplare la luna che riempiva il cielo. La trovai nello stesso posto dove nascevano le orchidee e sembrava essere stata ritratta proprio in quel punto. Girai il foglio e trovai impressa una parola: ‘Moon’. Tornai a casa, posai il ritratto sullo scrittoio e da quel giorno cominciai a sentire il bisogno di scrivere. Iniziarono a fiorire in me delle emozioni che non avevo mai provato, ne facevo una storia e la donavo a chi reputavo ne avesse necessità, come un erborista mischia erbe col desiderio di sopire un dolore. Immaginai che quella ragazza si chiamasse così e grazie all’ispirazione che mi aveva dato, le dedicai tutti i libri” - rispose tutto d’un fiato, tornando indietro nei ricordi del passato.

Moon aveva ascoltato tutto e aveva ragione. La risposta dell’uomo allontanava la soluzione di quell’enigma. Chi era quella ragazza? Sicuramente quello non era il suo nome, si faceva solo riferimento all’astro nel cielo.

Poi tornò con il ricordo alla casa della donna dai capelli neri. Si soffermò un istante, persa nel vuoto. All’improvviso si voltò per frugare dentro la sacca, che nel frattempo era stata dimenticata accanto al giaciglio dove si trovavano i due e triò fuori la pergamena che aveva trafugato dallo scrigno. La svolse e, come innumerevoli volte era già accaduto in quei giorni, ebbe un sussulto. Era la stessa grafia impeccabile con la quale la donna le aveva lasciato quell’ultimo messaggio, sul tavolo della colazione. 

È stata la donna a tentare di salvarlo?” - si interrogò, perdendo ogni la speranza di ottenere una risposta concreta.

Si trovò nuovamente seduta al tavolo, in attesa della cena, la luce calda delle lanterne vibrava sulle pareti mentre Moon scrutava le tele sparse qua e là, chiedendosi quale mano avesse dipinto quelle orchidee. Poi all’improvviso un boato. Una nube di polvere riempì la strada e fu costretta a chiudere gli occhi. La porta della casa dell’orologiaio, con uno scricchiolio sinistrò, si spalancò. Giusto il tempo di mettere a fuoco e vide le ombre lasciate sul muro da qualcosa che era rimasto appeso li, molto a lungo. Aprì gli occhi, poso le mani sulle lenzuola che ricoprivano il materasso, vide l’ombra dell’uomo nuovamente disteso. 

“La clessidra!” - esclamò ad alta voce, ridestando l’attenzione dell’uomo.

Lui si voltò all’istante verso di lei, fissò attonito il chiaroscuro che la luce del lume disegnava sul suo volto e le domandò esitante:

“Di cosa stai parlando?” 

Moon aveva iniziato ad unire i punti di tutta quella storia. Era sicura di aver trovato un filo che, per quanto fragile, era in grado di congiungere ogni singolo evento che aveva vissuto, ogni parola che l’uomo le aveva raccontato. Non era mai stata così certa di se, scelse la strada più impervia. 

“Tutto e’ cambiato quando ho rovesciato la clessidra, nella stanza dello scrittoio.” - guardando l’uomo dritto in volto - “inconsapevolmente, ho dato il via allo scorrere di un tempo, al cui scadere, non sapevo cosa sarebbe accaduto. Le ombre sui muri della casa dell’orologiaio, erano le sue creazioni, gli orologi di cui nessuno aveva bisogno. Ci ho visto le orchidee dipinte su tela, ma non erano opere d’arte, era il tempo. Hai trascorso la tua vita a cogliere i fiori che nascevano in quel punto sulla riva del lago, a prendertene cura e poi, ormai appassiti, ricoverarli nella stanza buia delle mensole. Davanti a te, decine di piante morte, ricordavano ogni intervallo che si stava consumando e tu, ti limitavi a contemplarlo. Non erano ricordi, erano il tempo che non hai vissuto. Sotto le radici, che ogni fiore disperdeva nel terreno, c’era la tua vita, quello che ti era stato rubato e nascosto. Non hai avuto il coraggio di estirparle e di scavarci sotto. La donna dai capelli neri ha provato a salvarti, ha preso ciò che ti ingabbiava e l’ha sepolto nello stesso punto dove saresti andato ogni volta. Non hai avuto il coraggio di valicare quel confine che ti faceva sentire sicuro e al contrario prigioniero.” - Moon si era lasciata andare con la sicurezza che tutto stesse tornando al suo significato originario - “La donna non voleva che io mi inoltrassi dentro di te, ne prestassi attenzione a quella voce che avrebbe fatto il mio nome. Perché’ ora che sento il tuo lamento, vorrei mostrarti un sentiero ben illuminato per guidarti fuori dall’oscurità che ti avvolge, ma non conosco ancora la mia strada, svanirei anche io nel buio e il mio cammino si arresterebbe per sempre. L’ha fatto per me.” - gli occhi di Moon si bagnarono di lacrime.

L’uomo, sconcertato, si alzò seduto sul letto, fissò ancora una volta i suoi occhi e vide sopra di essi il cerchio della luna, che si era alzata in cielo, riflesso nelle pupille nere incastonate dentro quegli occhi nocciola. Afferrò entrambe le sue mani, le strinse con forza, poi se le portò al volto. 

La ragazza del ritratto, trovata per caso in riva al lago, ora era lì, reale, a poca distanza da lui, seduta sul suo letto. Le sue mani leggere gli avvolgevano il viso, ed egli sentì, per la prima volta, il peso e la potenza di tutte le emozioni che aveva saputo descrivere nei suoi libri senza mai viverle davvero. Moon aveva aperto la porta della stanza segreta che si trovava dentro di lui, ma non avrebbero esplorato i suoi meandri insieme.  Una clessidra, posata su un ripiano di un mobile della stanza vicina, stava per ultimare il suo carico di granelli di attimi, prima di tornare nella quiete. I due universi, avrebbero smesso per sempre di comunicare.

Avrebbe voluto chiedere a Moon di restare, li, con lui, in quella terra, per sempre, ma preferì   immaginare il mare. Moon doveva scoprire il mare, immenso e blu, dove si sarebbe potuta fondere con le onde, respirare il sapore del sale e sentirsi finalmente libera. E in quell’attimo comprese che amarla significava lasciarla andare, affinché l’eco della sua presenza non diventasse gabbia, ma il fragore delle onde.

I due, stanchi della giornata appena trascorsa, smisero di parlare. Si erano detti abbastanza, quello che restava, l’avrebbero lasciato alla scelta casuale dei loro sogni. 

Si addormentarono.

Il giorno successivo arrivò presto. Moon si levò dal letto per prima. Vide l’uomo che ancora dormiva. Si rivestì velocemente e cercando di non fare troppo rumore, si assestò per lasciare per sempre quel paese sconosciuto, con tanta tristezza nel cuore.

L’uomo la seguì a breve. Anche lui si destò dal sonno, si alzò in piedi, percorse il perimetro del letto e si avvicino a Moon. 

“Devi andare” - disse con voce malinconica.

“Si” - fu l’unica e l’ultima parola che pronunciò lei.

Lui le fece strada verso la porta, la aprì con cortesia, poi la sua voce sembrò chiedere l’ultima attenzione.

“Aspetta, la mappa.” - disse.

Aprì nuovamente la stanza dello scrittoio, raccolse il sacchetto di pelle depositato il giorno prima sul tavolo  e lo lasciò cadere nelle mani di Moon.

Si guardarono per l’ultima volta negli occhi. Lui rimase immobile sulla soglia. Moon riprese il suo viaggio.

Ripercorse a ritroso la strada che l’aveva portata al paese sconosciuto, poi si impegnò in un nuovo sentiero. Sentiva la mancanza di tutto, dell’uomo, della donna, di ogni cosa aveva immaginato e di ogni attimo vissuto li, che fosse stato reale o immaginario. 

“Non fermarti mai” - si ripete’.

Continuò a camminare, allontanandosi ad ogni passo, sempre di più da quel luogo.

Nuovamente, le risuonò nella testa la voce della donna: “Non voltarti mai”.

Non seguì il suo consiglio. Moon si fermò al centro della via, attese qualche attimo e guardò dietro di sé.

Una colonna di fumo bianco si innalzava verso il cielo azzurro, proprio nella stessa direzione da cui era partita, lasciando l’uomo dagli occhi blu alle sue spalle. L’ennesimo sentimento di turbamento l’avvolse. Il tempo della clessidra era ormai stato segnato. Il suo diario si era riempito di parole e nelle sue profondità ascoltava il fragore delle onde di un oceano che non aveva mai visto. Alzò i palmi delle mani verso i suoi occhi, li osservò accuratamente. Non stringevano nulla, non percepiva alcun calore.

“Perdonami se non sono potuta restare. Io non ti dimenticherò, tu non potrai più farlo”.

Si voltò e riprese ad avanzare verso la sua destinazione ignota.

Dopo ore di cammino, per la prima volta da quando il viaggio aveva avuto inizio, il sentiero le offriva due direzioni. 

“La mappa!” - fu certa che quello sarebbe stato il momento giusto per utilizzarla.

Staccò le bretelle del fagotto dalle spalle e portò la sacca di fronte a se. Frugò ancora una volta al suo interno ed estrasse la bustina di pelle marrone che l’uomo le aveva lasciato cadere fra le dita. Strappò lo spago che la sigillava, distese il foglio davanti a se e concentrò li la sua attenzione.

“Potrà aiutarti nel tuo percorso” - rievocando le parole dell’uomo.

Ma nel disegno, il bivio non c’era. Il foglio indicava una sola strada. 

“Non ascoltare quella voce.” - fantasticò la donna dai capelli neri essere li, accanto a lei, invisibile.

Sicura del coraggio che aveva accumulato nei giorni precedenti, proseguì per la via sconosciuta.

“Perdonami” - disse rivolgendosi immaginariamente all’uomo senza nome. Gettò la mappa dietro di sé.

Proseguì avanti, ad ogni passo il sentiero prendeva una forma più dolce e all’orizzonte non riusciva più a scorgere la sagoma delle montagne e delle colline che l’avevano accompagnata fino allora. Provò una sensazione che fino a quel momento le era stata estranea. Sebbene non avesse mai sentito il bisogno di orientarsi, il paesaggio aveva assunto una forma che non le era più familiare e fra la lista di emozioni che aveva accatastato dentro di sé, aggiunse l’incertezza.

Avanzando, vide il terreno davanti a sé scendere lentamente. Poi, all’improvviso, spalancò gli occhi e i suoi movimenti rimasero congelati in quel fotogramma. Una distesa blu, pennellata da increspature bianche, si divideva la linea del tramonto con un cielo azzurro, punteggiato di nuvole bianche. Un fremito l’avvolse.

“Il mare!” - disse ad alta voce, riuscendo a muovere gli unici muscoli che in quel momento era in grado di controllare. Moon, nella sua spedizione alla ricerca di sé stessa, aveva scoperto quello che fino a quel momento era stata solo in grado di sognare. L’oceano, immenso, si trovava davanti a lei. Riprese il controllo del corpo e, accelerando il passo, camminò fino alla spiaggia. I piedi le affondavano nella sabbia e con fragore l’acqua si rovesciava su sé stessa trasformandosi in schiuma bianca. Fece un respiro profondo e il sapore, leggermente amaro del sale, le riempì i polmoni. Rimase inerte ad osservare quel movimento incessante, ipnotizzata dal suono ritmico delle onde che nascevano e morivano simultaneamente, svanendo su loro stesse. Vide un grosso tronco di legno, adagiato sulla spiaggia, la cui superficie era stata completamente levigata dall’acqua. Si sedette, tolse la sacca dalle spalle posandola sulla sabbia, fra le gambe, si accarezzo il volto, leggermente inumidito dalla salsedine e triò fuori dal fagotto il diario e la penna di piuma. Iniziò a scrivere. 

Moon, mentre scrutava quell’immenso spettacolo, avvertì dentro di se un movimento nuovo. Il piccolo spazio, che immaginava confinare tutta la sua vita si stava espandendo, come l’universo che, incomprensibilmente, si protende verso l’infinito. L’oceano blu e la schiuma bianca delle onde. Erano gli occhi dell’uomo che sembrava conoscesse il suo destino. 

“Nella mappa, la pista verso il mare, non esisteva. Perché’ voleva che arrivassi fino qui, indicandomi la direzione sbagliata?” - si domandò, come aveva sempre fatto, quando sentiva il bisogno di una risposta. Ogni volta che credeva di avere in mano la tessera giusta del puzzle, questa per qualche motivo non si incastrava.

Di colpo si ritrovò di nuovo nella stanza dell’uomo: seduta sul suo letto, lui di fronte a lei, il lume che rischiarava il buio, la luna alta nel cielo oltre il vetro della finestra.

“Non hai avuto il coraggio di valicare quel confine che ti faceva sentire sicuro e al contrario prigioniero.” - si stava rivolgendo a lui. 

All’improvviso il frastuono di un’onda, più grande delle altre, la ritrascinò sulla spiaggia. Il cuore iniziò ad accelerare il battito, lo stomaco si serrò su sé stesso e gli occhi di Moon iniziarono a brillare, invasi dalle lacrime.

“Il bivio lui lo conosceva!  Voleva che scavassi, che trovassi il coraggio di abbandonare la via che mi faceva sentire sicura” - la conclusione a cui giunse la riempì di malinconia. Portò una mano verso il collo e delicatamente strinse la pietra che lui le aveva scolpito, quella sera, in riva al lago. Chiuse gli occhi, si chinò verso la sabbia sotto di lei, e rimase ad ascoltare il suono dell’oceano.

Non si rese conto quanto tempo aveva trascorso li, accarezzata dal vento, in compagnia delle onde. Decise che era giunto il momento di andare, che la sua nuova vita avrebbe avuto inizio dalle impronte stampate sulla sabbia umida. 

Senti un leggero prurito dietro la schiena, portò un braccio all’indietro per affievolirlo, quando con la mano percepì qualcosa nella tasca posteriore dei pantaloni. Con le dita la estrasse. Era l’enorme foglio bianco, piegato su se stesso, che la donna con i capelli neri le aveva lasciato sul tavolo della colazione. In tutto quello che era accaduto, si era dimenticata di averlo ancora con sé. Lo prese fra le mani, sorrise e ancora una volta parlando a sé stessa: 

“Tutto questo spreco di carta per scrivere una riga!” - il sorriso si allargò.

 Per riflesso, inizio a dispiegarlo, forse voleva osservare per l’ultima volta la grafia perfetta della donna dai capelli neri. Aprì il foglio davanti a se e nuovamente un brivido le attraversò il corpo, una folata di vento la scosse leggermente all’indietro. La pagina era colma di parole, scritte ad inchiostro nero, con una grafia perfetta. Rimase sconcertata. Chi aveva potuto scrivere su quel foglio, se era rimasto sempre addosso a lei?

“Se ora sono seduta qui, di fronte all’oceano, ho concluso il mio viaggio, partito senza una destinazione. Ho attraversato una terra sconosciuta, incontrato persone nuove, ho riempito il mio diario di ricordi e ho rispettato la regola che mi ero imposta, quando ho lasciato tutto. Non fermarti mai! Se non avessi incontrato l’uomo dagli occhi blu, non avrei mai conosciuto il mare. Ho seguito i miei pensieri, cercando ogni volta di fare la scelta giusta, anche se dolorosa. Ho spalancato le porte dei meandri nascosti di quell’uomo, al quale non ho mai chiesto il nome, ma ho lasciato che li esplorasse da solo. Avrei voluto farlo insieme a lui, prenderlo per mano e accompagnarlo nelle sue profondità, ma temevo che, non avendo ancora incastrato fra loro tutte le tessere del puzzle, saremmo rimasti entrambe intrappolati nel buio. Sarei voluta rimanere li, leggere tutti i suoi racconti, che nel corso degli anni mi aveva dedicato, con la certezza che un giorno mi sarei presentata alla sua porta. Lo desiderava anche lui, ma per cambiare il mio destino ed ignorare il suo, era cosciente che avrebbe dovuto rinunciare alla mia presenza nella sua vita. Senza che io lo abbia mai neppure immaginato, lui sapeva che solo di fronte all’oceano avrei potuto cancellare ogni confine che mi conteneva. Mi ha indicato la strada, soffocando il suo cuore. Sento lo spazio dentro di me distendersi e non provo più timore ad abbandonare un sentiero, anche se ben segnato in una mappa. Immaginerò i suoi occhi poi guarderò le onde del mare. Firmato, Moon.”

L’uomo quella mattina era uscito presto fare una passeggiata lungo la spiaggia. Mentre i suoi occhi cercavano conchiglie da raccogliere e portare a casa, i pensieri vagavano altrove. Passò accanto a un grosso tronco di legno, la cui superficie era stata levigata dal tempo e dall’acqua, e qualcosa catturò la sua attenzione: un piccolo oggetto incastrato sotto di esso. Si avvicino, scavò leggermente con la mano e triò fuori l’oggetto che era rimasto sepolto nella battigia. Sembrava un piccolo libro. Scostò la sabbia accumulata sulla copertina di pelle nera e notò un simbolo impresso in oro: una luna. Lo aprì e sulla prima pagina qualcuno aveva scritto, con inchiostro nero e una grafia perfetta: “L’inizio del mio viaggio. Moon.”

All’improvviso, la voce di lei, si spense. Lui non sentiva più il suo corpo posato sul velluto soffice del divano, ma aveva l’impressione di fluttuare nell’aria. Era completamente intorpidito e non aveva neppure la certezza di essere rimasto sveglio per tutto il tempo, senza riuscire a quantificarlo. Iniziò lentamente ad aprire gli occhi, la luce delle candele che aveva precedentemente acceso illuminava gli oggetti della sua casa. Lentamente, stava riconquistando il controllo della sua persona. Voltò leggermente la testa, vide la tenda bianca e, oltre il vetro, la luna si era alzata nel cielo. Si girò dall’ altro lato e vide lei, rimasta nella stessa posizione in cui l’aveva lasciata prima di chiudere gli occhi. Si sentiva attraversato da una vibrazione, il cuore gli rimbombava dentro al torace. Prese la su mano, lei non oppose resistenza, se la portò sul volto, poi con le dita di lei iniziò’ a sfiorare gli angoli della sua bocca. Si alzò leggermente con il corpo, con la sua mano ancora stretta nella presa, si avvicinò al  suo volto, vide il riflesso della luna stampato sulle pupille nere, incastonate nei suoi occhi nocciola e la baciò. 

Si ritrasse delicatamente indietro, sciolse la mano che stringeva quella della ragazza e si alzo in piedi. In pochi passi arrivo di fronte ad una mensola, appesa alla parete. Sollevò un braccio, afferrò una clessidra, fatta di un telaio di plastica scura, finemente intarsiato, che conteneva due ampolle collegate da un canale sottile e la capovolse. La sabbia rossa iniziò a cadere, dopo un piccolo salto nel vuoto, nel contenitore inferiore. Due universi separati, sembravano comunicare. Poi, volse nuovamente verso di lei, e disse: “accadrà solo questa sera e per entrambe rimarrà un ricordo, di quelli che ci si domanda, senza risposta, se sia mai esistito veramente.” Si lasciò andare sul divano accanto a lei. L’aroma sconosciuto delle candele profumate, sapeva ora di orchidea. Poi una folata di vento, proveniente forse da una finestra lasciata aperta, spense tutte le fiamme. Il buio li avvolse, mentre i granelli di attimi della clessidra, proseguivano a scorrere implacabili.

 

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